Niger, che senso ha la missione militare italiana?

 

Cosa faranno, veramente, i quasi 500 soldati italiani che il governo uscente Gentiloni intende mandare in Niger in funzione anti-immigrazione e anti-terrorismo?
A settembre l’Italia era pronta a inviare nel sud della Libia un centinaio di Carabinieri per addestrare le guardie di frontiera locali al fine di ristabilire il controllo dei confini meridionali con Niger, Ciad e Sudan (sigillati fino alla caduta di Gheddafi) da cui oggi passano tutti i traffici di esseri umani diretti in Italia. Un progetto bocciato dai Francesi, ostili a una presenza militare italiana nel ‘loro’ Fezzan, quindi sostituito da una missione gradita a Parigi, ma di nessuna utilità per gli interessi italiani.

Innanzitutto, concentrandosi sulla sola frontiera con il Niger, si lasciano sguarnite le altrettanto critiche frontiere libiche con Ciad e Sudan da cui transita il traffico di migranti provenienti dal Corno d’Africa e dal Medio Oriente. Dopodiché, ammesso e non concesso che il contingente italiano ospitato nel fortino coloniale francese di Madamà (cento chilometri a sud del confine) riesca a controllare efficacemente i 340 chilometri di frontiera libico-nigerina, i trafficanti di esseri umani non faranno altro che aggirare l’ostacolo deviando più a ovest verso il valico montano di Salvador (250 chilometri dal forte di Madamà) o direttamente attraverso il deserto algerino per poi entrare in Libia da ovest.

Il grosso del lavoro, sulla carta, dovrebbero farlo i militari dell’esercito nigerino, addestrati dai militari italiani basati nella capitale Niamey: impresa ardua se si considera che oggi i soldati locali, oltre a scortare i convogli dei trafficanti, vivono grazie al business dei pedaggi riscossi a ogni checkpoint. Un affare istituzionalizzato che ha portato addirittura a scontri armati tra reparti militari per la spartizione dei dazi e alla regolamentazione formale della riscossione.
Una connivenza alla luce del sole tollerata da Parigi per evitare colpi di stato militari rischiosi per gli interessi economici francesi nella regione. Per non parlare del corrotto regime del presidente Mahamadou Issoufou che (come spiega il recente report “Migrazione clandestina e reti di traffico umano in Niger” dell’istituto olandese di relazioni internazionali Clingendael,) è politicamente colluso con la locale industria locale del traffico di esseri umani (gestita dalla irrequiete tribù Tebu e Tuareg e comprendente le ricche compagnie di autobus e di trasporto su fuoristrada) oggetto di azioni di polizia puramente dimostrative, volte a non perdere i finanziamenti europei.

Per giunta, come dimostrano i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), solo il 18 percento dei migranti che attraversano la frontiera libico-nigerina sono diretti in Europa: tutti gli altri sono stagionali che da sempre vanno a lavorare in Libia e bloccare questa tradizionale valvola di sfogo economico avrebbe conseguenze esplosive in una società afflitta da povertà estrema e crescente radicalizzazione islamica giovanile.

E qui veniamo allo scopo antiterrorismo della missione nigerina, altrettanto discutibile se non addirittura controproducente in termini di sicurezza nazionale italiana. Il contrasto militare a gruppi jihadisti locali, oltre ad esporre i soldati italiani a perdite e rappresaglie, non diminuirà ma semmai aumenterà il rischio di attacchi terroristici sul suolo italiano. Si pensi solo all’ondata di attentati senza precedenti che ha colpito la Francia dopo l’inizio dell’operazione militare Barkhane nel 2014 (Charie Hebdo e Bataclan nel 2015, Nizza nel 2016 solo per citare i principali).

L’unica a guadagnarci da questa missione potrebbe essere Leonardo che, Parigi permettendo, potrebbe sfruttare l’occasione per riproporre al cliente nigerino le forniture di sicurezza per il controllo dei confini (radar, sensori e droni) che Finmeccanica aveva proposto a Gheddafi nel 2009 con contratti, poi sfumati, da centinaia di milioni di euro.

Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 29 dicembre 2017

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