Afghanistan, la nuova guerra dell’oppio

 

L’eroina è tornata a uccidere nelle nostre città: 266 morti per overdose l’anno scorso, sopratutto tra i giovanissimi. L’allarme è rimbalzato su tv e giornali, che hanno parlato di eroina spacciata dai nigeriani. Non un cenno all’imbarazzante origine di questa nuova epidemia: l’Afganistan sotto occupazione occidentale, fonte dell’80 per cento dell’eroina globale, che raggiunge l’Europa non più solo attraverso la rotta balcanica ma soprattutto attraverso l’Africa, con la Nigeria come snodo principale.

La produzione afgana di oppio, iniziata negli anni ’80 nelle zona controllate dai mujaheddin sostenuti dalla CIA e cresciuta negli anni ’90 durante la guerra civile, era stata bandita dai Talebani nel 2000. Sotto l’occupazione alleata, con il ritorno al potere dei mujaheddin, la produzione è ripartita e nel giro di pochi anni ha superato ogni record storico: oggi in Afghanistan ci sono 200mila ettari di piantagioni di papavero contro le 80-90mila di epoca talebana, con una produzione annua di 5-6mila tonnellate contro le 3mila di fine anni ’90. Un boom produttivo che, come mostrano gli ultimi dati delle Nazioni Unite, riguarda soprattutto le regioni settentrionali del Paese (+324% nel 2016) controllate dal governo, mentre nel sud sotto controllo talebano la produzione è stabile.

A gestire il business afgano della droga, infatti, non sono i guerriglieri islamici bensì il signori della droga legati al governo sostenuto dall’Occidente. “Gli insorti afgani intascano mediamente non più del 2,5-5 per cento del valore di esportazione dell’eroina afgana”, spiegavano già anni fa le Nazioni Unite e la Banca Mondiale, sottolineando che “i 25-30 più grossi narcotrafficanti afgani controllano le principali transazioni e spedizioni lavorando a stretto contatto con complici che ricoprono alte cariche governative”. A volte sono essi stessi parte del governo, come nel caso del defunto Ahmend Wali Karzai, boss di Kandahar e fratello del l’allora presidente, o di Sher Mohammed Akhundzada, ex governatore della provincia di Helmand, o di Mohammed Fahim, vicepresidente della Repubblica e ministro della Difesa, o del generale Abdul Rashid Dostum, vicepresidente e capo di stato maggiore delle forze armate, o di Mohammed Daud Daud, viceministro dell’Interno con delega all’antidroga.

Boss del narcotraffico noti a tutte le agenzie antidroga occidentali e internazionali ma intoccabili per il loro ruolo politico-militare o perché informatori della CIA o alleati delle truppe NATO. In Afghanistan, Stati Uniti e NATO hanno scientemente ed esplicitamente deciso di sacrificare la lotta alla droga in nome della lotta al terrorismo. La stessa scelta che in passato era stata fatta in Europa, Asia e America Latina in nome della lotta al comunismo. Per mantenere il controllo politico e militare del territorio afgano, gli americani si sono alleati con potenti criminali e signori della guerra locali, chiudendo un occhio sulle loro attività di narcotraffico e più in generale su tutta l’industria della droga afgana risorta dopo il 2001.

Una strategia che ha garantito non solo la tenuta del protettorato USA/NATO in Afghanistan, ma anche quella delle grandi banche di Wall Street dopo la crisi del 2008 grazie all’enorme massa di narcodollari riciclati e immessi nel circuito finanziario: unica quanto vitale liquidità disponibile all’epoca, come denunciato dall’ex direttore generale del dipartimento antidroga e anticrimine delle Nazioni Unite, Antonio Maria Costa.

Per approfondimenti: Enrico Piovesana, Afghanistan 2001-2016. La nuova guerra dell’oppio, Arianna Editrice, 2016

Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 9 settembre 2017

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