Siria, Usa e Russia in corsa per il petrolio

 

In Siria si avvicina la resa dei conti tra Washington e Mosca, lanciati in una pericolosa corsa per il controllo della più strategica regione del Paese: la provincia orientale di Deir Ezzor, ultima roccaforte dell’ISIS dove si trovano i principali giacimenti di petrolio e gas del Paese che finora hanno garantito la sopravvivenza economica del Califfato e porta d’accesso all’Iraq che consentirebbe la realizzazione della ‘mezzaluna sciita’ da Beirut a Teheran — incubo dei sauditi, israeliani e degli stessi americani.

In una sorta di riedizione della corsa tra Armata Rossa e Alleati per la liberazione di Berlino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le forze russo-siriane e quelle curdo-americane si sono lanciate, rispettivamente da ovest e da nordest, alla conquista dell’ultimo baluardo dello Stato Islamico. La contesa è iniziata dopo che, nei giorni scorsi, l’esercito di Bashar al-Assad, supportato dalle forze speciali russe e dall’aviazione di Mosca oltre che dalle milizie sciite filo-iraniane, sono riuscite a spezzare l’assedio del’ISIS a Deir Ezzor che durava da tre anni, ricongiungendosi con la resistenza governativa asserragliata dal 2014 nell’aeroporto cittadino.

Le forze di Damasco sono riuscite a sfondare le linee del Califfato riconquistando la strategica altura del Monte Thardeh, che era stata presa dall’ISIS esattamente un anno fa, dopo che l’aviazione americana aveva bombardato “per errore” l’ultima linea delle forze governative a difesa dell’aeroporto, provocando un massacro fra i soldati siriani (oltre 100 morti e centinaia di feriti) che furono costretti a ritirarsi, consentendo così all’ISIS di avanzare e chiudere l’assedio.

Verso la città controllata dallo Stato Islamico, colpita anche da missili russi lanciati dalle navi da guerra di Mosca che incrociano nel Mediterraneo, avanzano ora rapidamente anche le milizie curde e quelle arabe filo-saudite delle Forze Siriane Democratiche (SDF), supportare dall’aviazione di Washington, che in zona nei giorni scorsi ha anche condotto alcuni blitz con squadre elitrasportate di forze speciali per portare in salvo, insieme alle loro famiglie, una ventina di presunte spie occidentali infiltrate negli alti comandi dell’ISIS.

Due offensive anti-Daesh parallele, e per certi versi coordinate, che dopo la sconfitta del comune nemico vedranno inevitabilmente i due schieramenti contendersi il controllo della provincia di Deir Ezzor, dei suoi grandi giacimenti di al-Tank e al-Omar e di tutta l’area a est dell’Eufrate fino al confine con l’Iraq. Proprio in questa regione della Siria orientale, come rivela un documento dell’intelligence militare americana (DIA) del 2012, gli Stati Uniti auspicavano che i ribelli jihadisti sostenuti dall’Occidente e dalle monarchie del Golfo creassero un “principato salafita per isolare il regime siriano sostenuto da Russia e Cina” e contrastare “l’espansionismo sciita di Iran e Iraq”.

Il comando militare americano ha ammonito l’esercito siriano a fermare la sua avanzata sulla sponda ovest dell’Eufrate, ma Damasco ha già inviato al fronte pontoni e imbarcazioni per oltrepassare il fiume. La riconquista governativa di Deir Ezzor e della Siria orientale rappresenterebbe una svolta militare fondamentale nel conflitto siriano, un passo decisivo verso la vittoria del regime di Assad e dei suoi sostenitori russi e iraniani, una prospettiva che manderebbe all’aria i piani americani, sauditi e israeliani di ridefinizione degli equilibri politici del Medio Oriente.

Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 13 settembre 2017

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