Libia, i rischi della missione navale italiana

Non parte sotto i migliori auspici l’ambigua missione navale italiana “a sostegno e protezione della guardia costiera libica” – inizialmente un pattugliatore classe Comandanti e una nave da trasporto classe Gorgona. L’uomo forte della Libia, il generale cirenaico Khalifa Haftar sostenuto da Parigi, ha minacciato l’Italia e non solo a parole. L’altro ieri cinquecento soldati dell’LNA, l’esercito nazionale libico da lui comandato, sono partiti da Zintan e con il supporto aereo di velivoli decollati dalla base di al-Watiya hanno attaccato la città costiera di Sabrata, costringendo le milizie del clan Dabbashi che la controllavano a fuggire verso ovest, in direzione del terminal petrolifero dell’Eni di Mellita.

Il boss di Sabrata, Ahmed Dabbashi detto ‘lo Zio’, oltre a trafficare in armi, contrabbandare greggio in Sicilia in accordo con Cosa Nostra e flirtare con l’ISIS, ha il suo ‘core business’ nel traffico dei migranti (ha il monopolio degli africani occidentali e subsahariani via Niger). Ma non solo: da due anni difende gli interessi petroliferi italiani in virtù di un accordo di protezione esterna dell’impianto siglato nel 2015 con la società Mellitah Oil and Gas, joint venture fra ENI e la compagnia petrolifera nazionale libica NOC.

La mossa a sorpresa di Haftar risulta ancor più minacciosa nei confronti dell’Italia alla luce degli accordi che il generalissimo avrebbe preso con le milizie che controllano la vicina città costiera di Zuara, che si trova invece a ovest del terminal italiano, il quale così si troverebbe di fatto accerchiato. Una preoccupazione in più per l’amministratore delegato ENI Descalzi, in visita a Tripoli nei giorni scorsi per discutere lo sfruttamento del nuovo mega-giacimento di gas scoperto lo scorso aprile al largo di Tripoli. Il tratto di mare di fronte Sabrata a Zuara, per la cronaca, sarà quello in cui si concentreranno i pattugliamenti navali italiani, poiché è da queste due località costiere che partono la maggior parte dei barconi.

Le manovre di Haftar rendono più credibili le minacce dei giorni scorsi. Un comunicato del suo governo, quello di Tobruk, aveva definito l’invio nelle acque libiche di navi militari italiane “un pretesto per interferire negli affari interni della Libia in accordo con i suoi seguaci (l’inesistente governo di accordo nazionale guidato da Serraj protetto dalle forze speciali italiane, ndr) che vogliono essere i soli presenti nello scenario della politica libica”, invitando “le forze armate libiche a fare il loro dovere nazionale per proteggere la sovranità della Libia da ogni violazione”. E Ahmed Al-Mismari, portavoce militare del governo, ha rincarato la dose: “La risposta allo sconsiderato intervento italiano in acque libiche, volto a minare l’iniziativa diplomatica francese, sarà forte”.

Negli ultimi giorni l’esercito di Haftar sta mostrando i muscoli in tutta la Libia, lanciando una massiccia offensiva contro Derna, ultima sacca di resistenza jihadista in Cirenaica, e soprattutto penetrando per la prima volta nella periferia di Sirte, l’ex roccaforte dell’ISIS ora controllata dalle milizie di Misurata sostenute dall’Italia con la missione Ippocrate. La presenza di navi militari e soldati italiani nel porto di Tripoli (dove verrà attivato il comando operativo congiunto italo-libico) potrebbe fornire al generale un ottimo pretesto per sferrare quell’offensiva su Tripoli che il generale prepara da mesi, per la gioia di Parigi e della compagnia Total.

Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 2 agosto 2017

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