Libia, trafficanti a guardia dei pozzi ENI?

 

Tra continui naufragi e polemiche su Ong e rapporti con gli scafisti, emergono connivenze ben più istituzionali. Da una parte la complicità indiretta dell’Eni con uno dei due principali trafficanti libici di essere umani, dall’altra la collaborazione italiana con la Guardia costiera libica che questo traffico gestisce invece di contrastarlo.

Nell’agosto 2015, dopo il rapimento dei tecnici italiani, la società Mellitah Oil and Gas (joint venture fra Eni e la compagnia petrolifera nazionale libica Noc) che gestisce il terminal petrolifero di Mellita, ha siglato un accordo riservato di protezione esterna dell’impianto con la principale milizia di Sabrata, il Battaglione Anas Dabbashi. Questa milizia comandata da Ahmed Dabbashi (detto ‘lo Zio’), oltre a trafficare in armi, contrabbandare greggio in Sicilia in accordo con Cosa Nostra e flirtare con l’Isis, ha il suo ‘core business’ nel traffico dei migranti. E’ lo Zio, infatti, che gestisce i viaggi della speranza che partono dalle spiagge di Sabrata e Zauia, spartendosi il traffico con l’etiope Ermias Ghermay: lui, insieme all’insospettabile miliardario locale Mussab Abu Grein, gestisce i disperati in fuga da Eritrea e Somalia via Sudan, mentre Dabbashi ha il monopolio degli africani occidentali e subsahariani via Niger.
Il Fatto Quotidiano ha potuto visionare il documento con cui la società Mellitah Oil & Gas informava di questa cooperazione i servizi di sicurezza libici. Eni ha dichiarato di non avere informazioni al riguardo in quanto la gestione della sicurezza dell’impianto libico è demandata alla MOG, la quale, interpellata, non ha fornito alcuna risposta.

I traffici gestiti da Dabbashi e Ghermay sarebbero impossibili senza la costosa protezione del potente comandante della Guardia costiera di Zauia, il capitano Abdurrahman Milad (aka al-Bija), che da almeno due anni — spalleggiato da Mohamed Kashlaf (aka al-Qasab) e della sua Brigata Nasr (divisione Ovest delle Guardie petrolifere) che fino all’anno scorso controllava la raffineria di Zauia trafficandone illegalmente il petrolio — riscuote il pedaggio da ogni barcone in partenza dalla costa, fermando e rimandando indietro solo quelli che non hanno pagato, per poi rinchiudere i malcapitati passeggeri in un centro di detenzione e lavoro forzato.

È a questa Guardia costiera che il governo italiano, in virtù del recente accordo firmato a Roma tra Gentiloni e Al Serraj, vuole delegare il contrasto al traffico di esseri umani nel Mediterraneo.
Queste informazioni, emerse da inchieste giornalistiche condotte sul posto (in particolare quelle di Francesca Mannocchi per Middle East Eye e Nancy Porsia per The Post Internazionale e TRTWorld), sono note da tempo sia alla nostra intelligence che ai nostri vertici militari secondo Gianandea Gaiani, direttore di Analisi Difesa e autore del libro ‘Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere’. “Grazie ai sofisticati mezzi d’intercettazione elettronica di cui sono dotate le navi militari italiane che incrociano al largo della Libia nell’ambito delle operazioni navali Eunavfor Med e Mare Sicuro e all’attività di intelligence condotta in loco dall’Aise, si conoscono nomi, cognomi, indirizzi, numeri di telefono e di targa di tutti i trafficanti di esseri umani e delle milizie e clan tribali che li appoggiano e dei loro legami con l’Isis e altri gruppi jihadisti. C’è consapevolezza totale di chi sono i protagonisti di questo business — spiega Gaiani — ma manca la volontà politica di agire per stroncarlo alla radice. Invece di regalare soldi e motovedette a una Guardia costiera libica complice dei trafficanti, bisognerebbe scoraggiare questo business rendendolo non più remunerativo, coinvolgendo l’Onu per accogliere in Tunisia i migranti intercettati al largo della Libia, che quindi non pagherebbero più e non rischierebbero più la vita per ritrovarsi sulle coste africane”.

Per Gabriele Iacovino, analista del Centro di studi internazionali (Cesi) esperto di Libia, “in un Paese diviso in potentati locali spesso coinvolti in attività criminali è inevitabile che un’azienda che ha interessi da proteggere debba scendere a compromessi con chi ha il coltello dalla parte del manico. Lo stesso vale se si danno soldi e mezzi alla Guardia costiera, che risponde a quelli stessi clan e milizie locali: gli aiuti finiranno per forza anche nelle mani di un criminale come il capitano Milad. L’unico modo per non scendere a patti con i malavitosi e porre fine al traffico di esseri umani — conclude Iacovino — è ricostruire lo Stato libico su base federale e smobilitare le milizie locali, il che è fattibile solo con l’avvio di una robusta missione di caschi blu dell’Onu”.

Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 9 maggio 2017

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