Afghanistan, i soldati italiani tornano al fronte

 

Dopo tre anni di ripiegamento nella base di Camp Arena a Herat e di attività di addestramento nelle retrovie, i soldati italiani in Afghanistan tornano in prima linea per fronteggiare l’avanzata dei talebani, cui l’esercito afgano non riesce più a far fronte da solo.

Nei giorni scorsi il comando della missione Nato ‘Resolute Support’ ha annunciato che duecento soldati, in gran parte bersaglieri italiani dell’8° reggimento di Caserta accompagnati da truppe americane, saranno dispiegati con effetto immediato sul fronte meridionale di Farah, divenuto negli ultimi mesi uno dei più caldi di tutto il Paese. Qui la guerriglia afgana, dopo aver riconquistato i distretti dove per anni gli italiani hanno duramente combattuto fino al ritiro nel 2013, minaccia di prendere anche il capoluogo provinciale di Farah City, una città di mezzo milione di abitanti. Ci hanno già provato lo scorso ottobre, ma l’offensiva è stata respinta dopo settimane di dura battaglia con centinaia di morti rimasti sul terreno.

A combattere erano i soldati afgani del 207° corpo d’armata, ma la pianificazione e il supporto degli italiani da Herat sono stati fondamentali. Ora il coinvolgimento militare italiano sale di livello arrivando direttamente sul campo, negli avamposti di prima linea a livello di brigata. I bersaglieri italiani non dovrebbero prendere parte direttamente ai combattimenti, a meno che le cose non si mettano male. Anche gli elicotteri italiani schierati a Herat, gli A-129 Mangusta da attacco e gli Nh-90 da trasporto, saranno impiegati in caso di necessità, ad esempio per l’evacuazione dei soldati afgani feriti. Il comando Nato ha spiegato che le truppe inviate a Farah svolgeranno principalmente attività di addestramento e assistenza (“training and advise”), ammettendo che comunque che questo ridispiegamento segna un’escalation nel coinvolgimento delle truppe straniere nel conflitto afgano.

Solo poche ore prima di questa decisione — presa dal comandante americano della missione, generale John Nicholson, su richiesta del governatore di Farah, Mohammad Asif Nang — il Pentagono aveva annunciato il prossimo invio di trecento marines nella confinante provincia di Helmand, dove i talebani minacciano di conquistare il capoluogo di Lashkargah. Entrambe queste provincie, Helmand e Farah, sono tra le più contese di questa guerra in quanto ospitano le principali piantagioni di oppio dell’Afghanistan, base del narco-business di cui talebani e governo afgano si contendono il controllo. Negli ultimi mesi di guerra prima dell’inverno sono stati i fronti più caldi del conflitto afgano, un conflitto che nel solo 2016 ha causato almeno trentamila morti (3,500 civili afgani, almeno 8mila soldati afgani, e circa 18.500 combattenti talebani) cui vanno aggiunti mezzo milione di nuovi profughi interni sfollati dai combattimenti.

Una situazione imbarazzante per la comunità internazionale, che vede il corrotto governo di Kabul arretrare continuamente e incapace di gestire la situazione nonostante i miliardi spesi per armare e addestrare il suo esercito (120 milioni l’anno solo dall’Italia). Una situazione che rischia di risucchiare nuovamente in guerra le truppe straniere, a partire dal contingente italiano che, come spiegava a novembre il generale Rosario Castellano, vicecomandante della missione afgana, potrà essere rinforzato anche senza aumentare di consistenza (circa mille uomini) poiché le nostre truppe torneranno presto anche su altri fronti caldi, a partire dalla provincia di Badghis, per metà ricaduta in mano ai talebani.

Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 13 gennaio 2017

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